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Gatti di Roma: la curiosa storia della colonia felina a Largo di Torre Argentina

Ai gatti piace la storia? Sono coscienti di ascoltare, talvolta, il richiamo della natura in templi sacri? È impossibile per loro rispondere, anche se i loro occhi talvolta parlano da soli. E se un interesse per la storia ce l’hanno, potremmo chieder loro cosa si prova a vivere in mezzo ai marmi che hanno visto la morte di Giulio Cesare. È il caso dei felini di Largo di Torre Argentina, la piazza nel centro di Roma divenuta un vero e proprio paradiso per gatti.

È proprio qui che l’imperatore romano morì per mano di Bruto, nel 44 a.C. A quel tempo il luogo era occupato dal Senato, un’istituzione vecchia ormai di ventitré secoli. Oggi è un santuario per gatti: tra le colonne che hanno resistito al passare del tempo e sui gradini ora disseminati nel sottobosco, ci sono centinaia di felini. E quella che all’inizio era solo una dimora temporanea, ben presto è diventata una fissa dimora, controllata e con vitto incluso.

Tutto questo grazie a Lia Dequel, Silvia Viviani e alla Società Anglo Italiana per la protezione degli animali (AISPA). Fino all’arrivo di queste due donne, però, c’è stata una storia di intrighi, amore e politica. Nel 1929 — anno in cui iniziarono gli scavi nella zona — venne scoperta un’area, e molti gatti cominciarono ad arrivare: abbandonati dai loro proprietari, avevano iniziato a procreare per le strade della città. Poco a poco il loro numero crebbe, e pochi mesi dopo si scoprì che alcune donne del quartiere lasciavano loro del cibo: furono chiamate ‘gattare’. Tra di loro — secondo lo spagnolo Aitor Pedrueza, fondatore del blog El Giroscopio Viajero ed esperto d’Italia — vi fu anche la mitica attrice Anna Magnani, che all’epoca lavorava nel vicino Teatro Argentina.

Gli anni passavano e la colonia felina cresceva, mentre le gattare andavano scomparendo. Nell’ultimo decennio del secolo scorso ci fu una sola donna a capo di quasi 90 gatti, alcuni dei quali malati, affamati e non sterilizzati: aveva così a cuore il loro destino che ben presto soffrì di problemi economici e di salute. Il resto è storia recente: arrivarono Dequel e Viviani, che crearono una piccola dimora di circa cento metri quadri, adiacente all’area sacra, per offrire asilo ai felini e lasciare loro il cibo. «Hanno anche iniziato a sensibilizzare la gente sulla necessità di proteggere questi gatti, senza godere di alcuna assistenza pubblica», dice Pedrueza.

Dequel e Viviani hanno fatto quello che AISPA aveva già realizzato con le colonie di gatti non controllate del Regno Unito, cominciando a raccogliere fondi da turisti e volontari. Tra loro, gli olandesi Micha Postma e Christian Schipper, creatori del sito Romancats.com, che ha attirato l’attenzione di tutto il mondo sulla questione. L’idea è cresciuta, e nel 2001 questi animali hanno ricevuto lo status di patrimonio bioculturale di Roma. «Lia e Silvia hanno permesso ai gatti di passare da essere visti come una piaga a qualcosa che andava preservato, oltre che come attrazione turistica», spiega il blogger.

Il successo del progetto può essere quantificato: oltre 4.300 sterilizzazioni, 200 gatti nel santuario, 150 adozioni, programmi di recupero, vaccinazioni, gatti restituiti alle loro famiglie, e persino un negozio di souvenir per celebrare questa ancestrale icona romana. L’unico problema? È di natura legale. Poiché i gatti occupano un’area protetta, infatti, il Dipartimento di archeologia nazionale sta cercando di farli sloggiare, lamentando il fatto che hanno “invaso” il tempio e che — come viene riportato sul sito spagnolo Cosasdegatos.es — «hanno inflitto una ferita alla dignità di un’area sacra». E come se non bastasse, Lia, una delle pioniere, è morta nel 2013. «Non passa giorno che non la menzioniamo o che lei non ci ispiri e ci motivi ancora», si legge sul sito ufficiale.

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